clima, transazione ecologica

Perché è fallita la COP 26 di Glasgow

di Luca Saltalamacchia

Si è conclusa la Conference of the Parties (COP) 26, nel 2021  tenutasi a Glasgow. Si tratta dell’assemblea annuale prevista dalla Convenzione Quadro dell’ONU sui Cambiamenti Climatici (UNFCCC) del 1992, nella quale gli Stati (le Parti della Convenzione) si incontrano per fare il punto della situazione rispetto ai cambiamenti climatici.

Negli ultimi anni, la comunità scientifica ha evidenziato in ogni modo e ripetutamente che i cambiamenti climatici hanno degli impatti devastanti e che è necessario contenere l’incremento delle temperature, possibilmente al di sotto di 1,5° C rispetto ai livelli preindustriali.

Oggi la temperatura media terrestre è aumentata di 1,2° C; siamo quindi vicini a quella soglia (1,5° C) indicata dagli scienziati come i limite da non valicare se non vogliamo rischiare conseguenze catastrofiche.

Ci si aspettava che gli Stati avrebbero affrontato all’interno della COP questo nodo, rendendo vincolante l’obiettivo sopra indicato. Invece, nel documento conclusivo (il Glasgow Climate Pact), pur avendo riconosciuto che “gli impatti dei cambiamenti climatici saranno di gran lunga inferiori se la temperatura aumenterà di 1,5 invece che 2 gradi”, il massimo risultato raggiunto è stato quello di indicare che si sforzeranno “per limitare tale aumento a 1,5 gradi”.

Si sforzeranno…

Come del resto hanno fatto in questi decenni; si sono sforzati, ma i risultati raggiunti sono stati davvero irrisori.

A cosa è dovuta questa mancanza di coraggio?

Gli Stati sanno bene che “limitare il riscaldamento globale a 1,5 gradi richiede riduzioni rapide, drastiche e durature delle emissioni di gas ad effetto serra”, prime fra tutte di anidride carbonica (CO2) e metano, ma non hanno approvato alcuna regola per far sì che queste riduzioni siano effettivamente “rapide, drastiche e durature”. L’obiettivo di riduzione delle temperature entro 1,5° C viene indicato come “raggiungibile”, ma non è vincolante, così come le tante auspicate riduzioni di gas serra non sono né quantificate, né determinate.

Il documento finale della COP 26 resta dunque un’accozzaglia di buone intenzioni, di condizionali, di auspici, assolutamente inadeguato a scongiurare l’avverarsi la catastrofe paventata dalla comunità scientifica, secondo cui di questo passo l’incremento delle temperature entro questo secolo potrebbe toccare nello scenario più ottimistico +1,8° C, ed in quello a politiche correnti +2,7° C (secondo quanto rilevato dal Carbon Action Tracker):

Lo scenario più pessimistico disegnato dall’ IPCC considera possibile addirittura un incremento delle temperature entro il 2100 di +5° C…

L’accordo finale della COP 26, inoltre, non prevede alcun impegno vincolante per i paesi industrializzati di corrispondere i 100 miliardi entro il 2023 ai Paesi meno sviluppati, un impegno formulato per la prima volta nel lontano 2009. Da 12 anni, gli Stati “ricchi” stanno venendo meno alle promesse fatte.

Ma come è possibile tutto questo?

Eppure, non mancano aperture da parte degli Stati e delle istituzioni internazionali alla comunità scientifica, le cui acquisizioni vengono costantemente richiamate nelle discussioni. Anzi, ai lavori della COP 26 era stato invitato il celebre naturalista David Attenborough, di 95 anni, che ha pronunciato un memorabile discorso invitando gli Stati a contrastare i cambiamenti climatici con coraggio.

E nemmeno mancano occasioni di dibattito con la società civile (alla stessa COP vengono organizzati centinaia di eventi paralleli agli incontri ufficiali tra delegati degli Stati in cui la società civile è molto attiva). E si aggiunga che, dall’8 al 10 novembre, in contemporanea allo svolgimento della COP 26, a Strasburgo il Consiglio d’Europa ha organizzato il World Forum for Democracy, quest’anno dedicato proprio alle tematiche ambientali.

In quest’ultima sede, io sono stato invitato quale relatore a parlare del contenzioso climatico, cioè dei giudizi che hanno come “protagonista” il cambiamento climatico, che sto seguendo. E in generale, erano presenti scienziati, attivisti, avvocati, giudici, parlamentari, ministri, persino ambasciatori di Stati provenienti da tutto il globo, divisi in diversi forum di discussione, con alcuni momenti di riunioni “plenarie”, per confrontarsi in maniera franca e diretta anche sulla emergenza climatica.

Del resto, il cambiamento climatico è presente oramai quotidianamente nei media e nei canali di informazione, essendo uno degli argomenti più trattati (sebbene spesso a sproposito). Un recente sondaggio promosso dall’ENEA ha rilevato come il 90% degli italiani è consapevole della natura antropogenica del cambiamento climatico, mentre la maggioranza è preoccupata dei suoi effetti.

Dunque, perché mai gli Stati, quando devono decidere, poi vengono meno?

Dipende da scarsa o mancanza di volontà? Dall’azione di contrasto posta in essere dalle lobbies del fossile?

La verità è, purtroppo,  più semplice e più difficile da accettare: per poter contrastare davvero il cambiamento climatico bisogna adottare misure “impopolari”, con una obiettiva sfasatura temporale tra sacrifici e benefici.

Per affrontare efficacemente l’emergenza climatica, i decisori politici dovrebbero porre in essere scelte di lungo periodo, che nel breve periodo costringerebbero i cittadini a modificare le proprie abitudini ed il proprio stile di vita.

Peraltro, l’attuale classe politica italiana, allineata ai dettami del neoliberismo che impongono di parametrare ogni scelta politica alla luce delle esigenze del sistema economico, non dà affatto l’impressione di avere una visione di ampio respiro, necessaria per contrastare la crisi climatica. Né mostra, soprattutto, di avere l’autorevolezza ed il coraggio di fare scelte impopolari oggi, per poi vedere in tempi medio-lunghi i risultati positivi dell’azione attuale.

Di fatto, l’emergenza climatica – già oggi in atto – è destinata a provocare le conseguenze più disastrose nel prossimo futuro. Se oggi si agisce poco e male, alcune conseguenze si provocheranno immediatamente, ma quelle più catastrofiche saranno visibili tra decenni.

Nel frattempo, se davvero si vuole agire in modo efficace, è necessario ridurre l’uso dei combustibili fossili, reperire nuove fonti di energia, ridurre il consumo di carne e di prodotti derivanti dalla agricoltura intensiva. Per imporre queste soluzioni ci vuole coraggio, perché esse incidono sulla nostra vita di tutti i giorni. In altre parole, incidono sul sistema economico e sui meccanismi di consumo.

L’emergenza climatica ha dunque l’imprudenza di costringere i decisori politici a confrontarsi sul tema dello sviluppo eco-sostenibile, e cioè su quanto produrre, cosa produrre e soprattutto come produrre.

Sono questioni che colpiscono al cuore il capitalismo neoliberista che oggi impera quasi ovunque nel pianeta, perché la crescita economica con il ritmo attuale e con le modalità attuali è chiaramente incompatibile con la gestione della crisi climatica e ne costituisce, anzi, la causa.

L’emergenza climatica, in sostanza, è un prodotto dell’attuale sistema economico, frutto di un modello produttivo basato sul saccheggio della Natura, e peraltro incompatibile con i tempi di riproduzione delle materie prime (combustibili fossili, minerali, piante, animali).

L’attuale sistema economico considera il rispetto dell’ambiente (e del Pianeta) come un “costo” da minimizzare, mentre considera lecito “distruggere” il pianeta emettendo sostanze nocive (emissioni di gas serra). Gli Stati addirittura finanziano le imprese che emettono gas serra – ed in generale, che svolgono attività deleterie per l’ambiente –, tant’è che nel solo anno 2020 lo Stato italiano ha speso 34,6 miliardi di euro in Sussidi Ambientalmente Dannosi (i cd. SAD, elencati ed inventariati dal MITE).

È dunque inutile sperare di risolvere la crisi climatica senza mettere in discussione il sistema economico neoliberista (che ha prodotto le prime), così come è da ingenui pensare che le imprese che hanno provocato l’emergenza climatica siano le stesse che possano guidare la transizione ecologica, tema peraltro già affrontato su questa rivista.

Chiamiamo le cose con il proprio nome: il cambiamento climatico non è una maledizione piovuta dal cielo, ma una conseguenza del neoliberismo. Se vogliamo affrontare la prima, dobbiamo mettere in discussione il secondo. L’estrema difficoltà da parte degli Stati di approvare regole vincolanti in questo ambito è figlia di tutto ciò.

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